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Ad Alessandria uno solo degli undici ginecologi/he che lavorano in ospedale esegue interruzioni di volontarie di gravidanza. In altre parole, 10 medici su 11 si dichiarano obiettori di coscienza. Questo dato drammatico è emerso grazie ad un capillare lavoro di mappatura portato avanti da Non una di Meno Torino per avere un quadro veritiero e complessivo della situazione regionale in merito al tema del diritto all’aborto nelle strutture sanitarie pubbliche.
Il risultato relativo al territorio alessandrino va a braccetto con quelli ricavati negli altri capoluoghi piemontesi, mostrando come l’obiezione di coscienza sia un vero e proprio ostacolo per chi cerca di interrompere una gravidanza.

Portare a termine un percorso di IVG senza incappare in moralizzatori, bigotti o arrivisti che ne compromettano la serenità è sempre più difficile; i giudizi, le umiliazioni e le porte chiuse in faccia sono una storia comune per molte donne e soggettività che abbiamo incontrato in questi anni, ad Alessandria e non solo. Sembra quasi ci si debba ritenere fortunate se un medico che esegue gli aborti in ospedale c’è, come se il medico il questione (mettiamo il nome, dicendo che co

si chi va li sa a chi rivolgersi o no?) avesse voluto mettersi una mano sul cuore compiendo un gesto di carità nei confronti di chi vuole interrompere la gravidanza.
L’accesso all’aborto è sancito dalla legge e deve essere garantito a tutt@ coloro che ne hanno bisogno; non è una fortuna incontrare un medico che accolga la richiesta, è un diritto.
L’obiezione di coscienza – inserita nella legge 194, 43 anni fa, per sedare le ire della Chiesa e della politica cattolica – costituisce ancora oggi un problema molto serio e spinge i movimenti transfemministi a difendere la legge chiedendone al tempo stesso il miglioramento al grido di “Molto più di 194”. Un grido ignorato da chi siede nelle sale del Palazzo della Regione, come dimostrano le scelte politiche della giunta Cirio negli ultimi mesi: ricordiamo bene la circolare pubblicata lo scorso autunno per ostacolare la somministrazione della pillola abortiva RU486 nei consultori, così come non dimentichiamo il bando con il quale è stata nuovamente incentivata e finanziata la presenza dei movimenti antiabortisti all’interno degli stessi.
Una serie di interventi che compromette lo spirito e il significato stesso dei consultori, nati per dar voce e luogo alle donne che rivendicavano il proprio diritto alla salute e alla consapevolezza sessuale. La pandemia da Covid-19 che ha messo in ginocchio il SSN, ha sferrato un forte colpo ai consultori pubblici, per la gioia di tutti coloro che rifuggono l’autodeterminazione femminile e sostengono la privatizzazione della sanità. Da mesi è impossibile prenotare una semplice visita ginecologica presso il consultorio di Alessandria e ci si trova a dover rimandare l’appuntamento o, quando si può, a virare su centri e medici privati.
La situazione è comune a molte strutture, sia nell’area dell’alessandrino sia fuori e riguarda le donne così come tutte le soggettività LGBTQIA+ che vorrebbero trovare nel consultorio un luogo accessibile e accogliente, in grado di rispondere alle esigenze legate a sessualità, identità di genere, transizioni e che invece troppe volte ne sono pressoché escluse.

Temiamo che la pandemia possa diventare, o forse stia già diventando, la scusa dietro la quale spogliare il SSN di tutti quei servizi faticosamente conquistati con le lotte femministe e delle comunità LGBTQIA+ e come semprecrediamo che la miglior difesa sia l’attacco. Per questo non ci limiteremo a difendere l’esistente da attacchi bigotti e omofobi, ma riprenderemo in mano il tema della sanità sgomitando per rendere le malattie femminili non riconosciute dal SSN nazionale un tema di dibattito e non più un tabù, per far riconoscere i farmaci ormonali utilizzati durante i percorsi di transizione come medicinali dedicati e quindi necessari, per riaffermare la centralità delle donne nella definizione delle linee guida dei consultori e per ottenere l’abolizione, una volta per tutte, dell’obiezione di coscienza dalle strutture pubbliche.

Sabato 24 luglio torneremo in piazza per dire che un altro modo di gestire la sanità e la salute esiste e parte necessariamente dal riconoscimento dell’autodeterminazione dei corpi che attraversano le strutture sanitarie, corpi diversi e non conformi, ma consapevoli e bellissimi, che devono essere ascoltati e riconosciuti in tutte le loro unicità!

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