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Femminicidio di Loredana Ferrara a Vignale Monferrato: succederà ancora, se non cambiamo tutto

Solo pochi giorni fa, dalle pagine del Centro Antiviolenza, scrivevamo del femminicidio di Patrizia Lamanuzzi a Bisceglie, ribadendo che chiamarle “tragedie” nasconde la violenza.

In quattro giorni, mentre quelle parole erano ancora lì, ne sono avvenuti altri due: Drita Mecollari, uccisa con il suo nuovo compagno a Cossombrato, Loredana Ferrara, uccisa a Vignale Monferrato. Poco lontano da Nizza Monferrato, dove qualche settimana fa abbiamo pianto la 17enne Zoe Trinchero.

Tre storie diverse, la stessa identica dinamica.

Se fosse in corso una guerra, nessuno racconterebbe ogni vittima come un caso isolato. Nessuno parlerebbe di fatalità o di storie incomprensibili. Si direbbe chiaramente che quelle morti sono il risultato dello stesso contesto.

Ecco, per i femminicidi dovrebbe valere esattamente lo stesso.

Loredana Ferrara non è un caso. È l’ultima vittima della violenza sistemica contro le donne e questa cosa va detta. Sempre.

Queste notizie non ci lasciano sgomente. Non perché non ci colpiscano, ma perché sappiamo esattamente da dove arrivano. Sono il prodotto di un sistema basato sul controllo delle donne, della loro libertà, della loro possibilità di scegliere e di autodeterminarsi.

Un sistema che porta un uomo a pensare di poter interrompere la vita di una donna perché quella donna ha deciso di viverla senza di lui.

Un sistema che non insegna a riconoscere le emozioni, ad attraversarle, a stare dentro al rifiuto.
Che non educa al rispetto dei corpi, dei desideri, dei limiti.

E mentre tutto questo continua a produrre violenza, mentre le donne si organizzano, si mobilitano, costruiscono risposte collettive, le scelte politiche vanno nella direzione opposta.

L’educazione sessuo-affettiva viene impedita e ostacolata, i percorsi nelle scuole restano frammentati e non strutturali, i centri antiviolenza continuano a lavorare senza fondi stabili.

Chi da anni si occupa di prevenzione viene delegittimato e il femminismo viene raccontato come un problema invece che come parte della soluzione.

E così, la nostra voce diventa “appetibile” giusto il tempo di una citazione negli articoli di cronaca.

Ma la nostra voce non si alza solo quando una donna viene uccisa.

Si alza ogni giorno.

Quando chiediamo educazione nelle scuole.
Quando diciamo che il consenso è centrale.
Quando entriamo nei territori, nei luoghi di lavoro, nelle relazioni.
Quando chiediamo fondi stabili per i centri antiviolenza.
Quando costruiamo spazi politici e culturali.
Quando ci opponiamo, anche da sole, anche nei contesti più difficili. Quando difendiamo una sorella appena incontrata per strada.

In tutti gli articoli sul femminicidio di Loredana c’è lo stesso passaggio, frutto evidentemente della comunicazione con le forze dell’ordine: “non risultano denunce”, “non c’erano segnalazioni riconducibili al Codice Rosso”.

Viene detto subito, quasi a voler chiarire una cosa: la violenza esiste solo quando entra in un fascicolo e non c’erano elementi per intervenire prima.

Il punto, però, è che siamo arrivate tuttə troppo tardi. Non siamo arrivatə quando Loredana aveva paura. Quando Drita aveva paura. Quando Zoe è stata uccisa per aver detto no. Non siamo arrivatə quando le tensioni erano già note, quando qualche chiamata ai Carabinieri era già arrivata, quando un “non è niente” aveva coperto qualcosa che niente non era.

Non siamo arrivatə prima, quando la violenza si costruiva, cresceva, si normalizzava. E leggere queste storie come tragedie inevitabili fornisce un alibi alla nostra coscienza.

La verità è che la violenza di genere è evitabile, ma solo se si smette di negarla, di ridurla a fatto privato, di raccontarla come eccezione.

Serve nominarla per quello che è.
Serve investire sulla prevenzione.
Serve educazione sessuo-affettiva strutturale, continua, accessibile a tuttə.

Serve assumersi una responsabilità collettiva.

Perché continuare così significa sapere che succederà ancora.

E noi questo non lo accettiamo.

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