Mobilitazione permanente per il consenso, l’educazione e l’autodeterminazione: 28 febbraio, 8 e 9 marzo tappe di un percorso che continua.
Dall’assemblea del 13 febbraio alla Casa delle Donne TFQ, la presa di posizione contro l’impianto politico che cancella consenso e autodeterminazione
Le realtà che hanno partecipato all’assemblea del 13 febbraio, convocata alla Casa delle Donne TFQ di Alessandria per discutere del ddl sulla violenza sessuale e del ddl sull’educazione sessuo-affettiva, condividono la necessità di una netta presa di posizione contro l’arretramento culturale e politico che questi provvedimenti rappresentano.
Siamo di fronte a una direzione politica che incide sul modo in cui vengono concepiti il consenso, la prevenzione della violenza, la libertà educativa e l’autonomia dei corpi.
In questo quadro si inserisce la mobilitazione permanente promossa da D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza e da molte realtà a livello nazionale, che riconosciamo come passaggio fondamentale e che assumiamo come parte di un percorso più ampio, verso e oltre l’8 e il 9 marzo. Il 28 febbraio attraverseremo la manifestazione nazionale lanciata dalla rete contro il ddl Bongiorno, che ha raccolto centinaia di adesioni di associazioni e centri antiviolenza. Un’altra tappa decisiva di questo percorso collettivo.
Il nodo del consenso
Il ddl Bongiorno interviene sull’art. 609 bis del codice penale, modificando l’impianto che negli anni ha riconosciuto la centralità del consenso nella definizione della violenza sessuale.
Nella riformulazione proposta dalla relatrice Giulia Bongiorno, il consenso viene sostituito dal dissenso. In pratica, si sposta l’asse interpretativo, riaprendo ambiguità che le lotte femministe e la giurisprudenza avevano progressivamente superato. Si torna a valutare il comportamento di chi ha subito violenza invece della condotta di chi l’ha agita.
Dal punto di vista psicologico questo slittamento rafforza meccanismi di colpevolizzazione, aumenta vergogna e rischio di vittimizzazione secondaria, alimenta la cultura del silenzio e rende più difficile chiedere aiuto.
La violenza sessuale è innanzitutto negazione della soggettività dell’altra persona: il corpo e la sua integrità psicologica vengono ridotti a oggetto. Il consenso rimette al centro la volontà e il desiderio di entrambe le persone coinvolte. Non è semplicemente “dire sì”, è poter scegliere. Ammettere l’esistenza della violenza esclusivamente in relazione al dissenso ignora le dinamiche di coercizione, paura, paralisi che spesso caratterizzano queste situazioni.
Indebolire il concetto di consenso significa indebolire la base della reciprocità nelle relazioni e la capacità stessa del diritto di nominare la violenza per ciò che è.
Il nodo dell’educazione
Il ddl Valditara vieta l’educazione sessuo-affettiva alla scuola dell’infanzia e alla primaria, mentre la subordina al consenso delle famiglie nelle scuole superiori. Trasforma una questione pubblica in una scelta individuale.
L’educazione alle relazioni, alle differenze, ai confini e al rispetto non può dipendere da convinzioni personali o orientamenti ideologici: è una responsabilità collettiva e istituzionale. Scaricarla tutta sulle famiglie significa sopravvalutare la capacità individuale di affrontare da sole temi complessi e delicati e, contemporaneamente, svuotare il ruolo della scuola come spazio di formazione critica.
La ricerca pedagogica e psicologica mostra con chiarezza che la costruzione dei confini, la consapevolezza corporea, le competenze relazionali sviluppate fin dall’infanzia sono fattori protettivi fondamentali contro abuso, violenza e discriminazione.
Limitare l’autonomia educativa, ostacolare percorsi strutturali di prevenzione, rimuovere il conflitto culturale crea il vuoto là dove le nuove generazioni dovrebbero acquisire.
Centro Antiviolenza Marielle Franco
me.dea – contro la violenza sulle donne
Coordinamento Studentesco Alessandria
Stregatti – Compagnia Teatrale
Collettivo Medusə
Tessere le Identità

