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L’8 agosto il Ministro della Salute Speranza ha annunciato le linee guida sulla modalità di somministrazione della RU486 per le donne che ricorrono all’aborto farmacologico. Linee guida presentate dopo un immobilismo durato dieci anni, per intervenire in particolare su due questioni: la prima è quella legata alla possibilità di accedere alla RU486 in day hospital, senza il ricovero di tre giorni; la seconda, riguarda la tempistica entro cui si può richiedere la pillola, che passa da sette a nove settimane dalla data dell’ultimo ciclo mestruale (così come già avviene in tutta Europa!)

La battaglia per la modifica della normativa sulla RU486 è un tema trasversale a molte realtà associative e di movimento che in questi anni hanno lavorato per imporre al governo di riprendere in mano la legge e uniformare l’Italia alla maggior parte dei Paesi europei, in cui l’aborto farmacologico è percentualmente più comune di quello chirurgico (considerato troppo invasivo sia dal punto di vista fisico che da quello psicologico).
Le mobilitazioni di questi anni, la campagna SOS aborto, le firme raccolte dalla petizione di pro-choice e le migliaia di iniziative di sensibilizzazione hanno finalmente portato a risultati concreti e dal governo nazionale arriva uno spiraglio di miglioramento, una mossa che va nella direzione giusta, che permette di intravedere quel “molto più di 194” che per Non una di Meno ha rappresentato in questi anni la difesa e al tempo stesso il superamento della legge sul diritto all’aborto del 1978. Insomma, eravamo già pronte ad alzare i calici e brindare, consapevoli che questa vittoria è anche e soprattutto nostra, dei movimenti femministi e delle donne che non hanno mai smesso di lottare per tutelare il proprio diritto di scegliere se e quando diventare madri.
Ma ecco arrivare, come prevedibile, la valanga di giudizi, pareri non richiesti e rivisitazioni scientifiche dei vari esponenti ecclesiastici e dei noti personaggi alla Pillon che inveiscono contro l’aborto e non sopportano l’idea che le donne possano scegliere.
Tra le diverse voci (quasi sempre maschili) che si alzano per “difendere la vita” e imporre a forza la genitorialità, anche quella dell’assessore piemontese Maurizio Marrone, che scomoda gli uffici legali della Regione alla ricerca di un cavillo legislativo a cui aggrapparsi per non applicare le nuove linee guida.

La solfa è la stessa di sempre, nascondersi dietro la difesa della vita per imporre la maternità come destino naturale delle donne, partendo dal presupposto che una donna che vuole abortire abbia bisogno di qualcun* che la aiuti a ragionare e a rinsavire e non di qualcun* che semplicemente accolga e renda possibile la sua scelta in sicurezza.

Qualche giorno fa, senza alcuna discussione in consiglio regionale, la Regione Piemonte ha diramato in modo totalmente arbitrario una circolare che rafforza l’ingresso delle associazioni anti-abortiste negli ospedali e che mette in discussione le linee guida del Ministero della Salute inerenti alla somministrazione della pillola abortiva RU486 nei consultori.
Consideriamo le nuove linee guida del Ministero come il frutto di anni di attivismo, mobilitazioni e sensibilizzazione ad opera di migliaia di donne in questo Paese e non accetteremo che la Regione Piemonte ne impedisca l’applicazione sul territorio.
Scenderemo in piazza affinché il diritto all’aborto sia garantito e perché ogni donna che vi ricorre possa farlo nella forma più semplice e meno invasiva possibile.

Ci vediamo il 31 ottobre sotto la sede della Regione, non faremo un solo passo indietro.
Sui nostri corpi decidiamo noi!

#moltopiùdi194

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